Benno von Eppan – 11

In una delle sue notti agitate da sonni inquieti, Benno von Eppan realizzò quello che da tempo pensava. E lo mise in pratica: aprì gli occhi, per non vedere.

4 commenti

Spaesato, appunto

A) “Ecco come mi vedo”.
B) “Sì, anch’io ti vedo così”.
B1)”No, hai torto, io non ti vedo così”.
B2) (non te lo dico, ma lo penso e agisco di conseguenza: “Non esisti”).

2 commenti

Rivisitazioni – 9

Sottofondo musicale:

 

Marzo 1970. Sono a casa, mezzo malato da una settimana. Il dottore non riesce a capire cos’ho. Una serie di esami, fra cui anche un ’metabolismo basale’ di cui mi ricordo solo il nome ma non come è avvenuto (mi sono informato, si tratta di un controllo legato alla calorimetria: pesavo, questo sì me lo ricordo, una sessantina di chili: né grasso né magro). Una febbriciattola che perdura da tempo e di cui nessuno (tranne me) riesce a capire l’orgine…
Leggo molto: fumetti (Linus,obviously), libri che sono nella mia libreria (Pavese, soprattutto) e qualche altro che prelevo dalla libreria di mia mamma (oggi  ricordo un titolo, ma nulla del contenuto E adesso, pover’uomo di Hans Fallada. Mi era piaciuto).

Mi fa compagnia anche la musica: De André,soprattutto, ma anche Janis Joplin, Cream, Hendrix… e ‘certe’ canzoni italiane sentimental-affettive come questa in sottofondo (legata a una compagna di classe che non mi filava per niente…) ma all’ultimo festival di Sanremo mi ha colpito colpito Nada, con il suo Pa’ diglielo a ma’: ha la mia età, l’avevo vista pochi mesi prima di persona, con la sua famiglia, in un autogrill: scambio di sguardi e nulla più, però…

Malato, dunque. 15 marzo, domenica pomeriggio, i miei non ci sono, accendo la televisione: cronaca sportiva, la Milano-Sanremo. Storia e apoteosi di una vittoria: Michele Dancelli a pochi metri dal traguardo comincia a piangere. “E con lui piansero gli uomini dentro la sua ammiraglia, i tifosi presenti, i giornalisti e milioni di persone a casa incollate davanti alla televisione.“ In quei milioni, casualmente, ci sono anch’io.  “Un volto sorridente e rigato dalle lacrime passò sotto lo striscione finale”: anche il mio volto è rigato dalle lacrime. “Dopo diciassette anni un italiano aveva finalmente vinto di nuovo la Classicissima di primavera”. Scopro di me qualcosa di nuovo: sono facile alla commozione (non mi lascerà più) ed eccessivamente filo-italiano in ambito sportivo (ancora adesso se sul podio più alto sale un italiano o una squadra italiana, oltre a commuovermi al suono dell’inno nazionale, sono decisamente contento).

Malato, dunque. Lei (quella di cui al sottofondo musicale) non si fa viva. I compagni cui telefono mi dicono i compiti. Di malavoglia, ma li faccio. Studio con interesse la letteratura italiana (ricordo l’edizione scolastica del Russo) e la storia dell’arte sul libro dell’Argan (come prof c’è una amica dei miei genitori, d’ una decina d’anni più vecchia di me, per la quale stravedo). Latino e greco me la cavo (la prof mi entusiasma con la sua verve, i suoi riferimenti alla modernità, la sua passione per il teatro). Decido che da grande farò l’insegnante di lettere.

Lo comunico in casa.

Gelo, ma nessun ostacolo.

Chi, cosa sarei ora, se invece avessero obiettato qualcosa o avessero cercato di convincermi ad altro?

11 commenti

Benno von Eppan – 10

In una delle sue notti agitate da sonni inquieti, Benno von Eppan vide se stesso come un filo d’erba. Dalla parte delle radici. Un altro punto di vista, una prospettiva diversa. Vedeva una mano che si avvicinava, e si ingrandiva sempre di più (effetto grandangolo spinto, pensò). Per un attimo si vide strappato e chiuse gli occhi terrorizzato. Sentì invece il rumore, quasi un fendente nell’aria: accanto a lui altri suoi compagni erano stati portati via da quella mano aguzzina che ora risaliva verso l’alto, allontanandosi e rimpicciolendosi sempre di più nell’azzurro (ancora un effetto grandangolo, si disse). Improvvisamente vide sopra di sé la sagoma gommosa di una suola. Si sentì perduto: calò il buio e avvertì un forte mal di testa che gli attanagliava le tempie…

Burgunde, lasciato il caffé sul comò, lo guardava perplessa: lo aiutava a tirarsi su dal pavimento, chiedendosi come mai la testa fosse incastrata fra il comodino e la sponda del letto…

3 commenti

Rivisitazioni – 8 (con un doveroso tributo)

Diciamolo, senza vergogna: il famosissimo ‘Quartetto Cetra‘ non è che sia mai stato in cima alla lista dei miei cantanti preferiti. Però ha accompagnato la mia infanzia con canzoni che ancora oggi canticchio se mi vengono in mente: segno che ha indubbiamente saputo raccogliere attorno a sé la simpatia di molti. Nella vecchia fattoria, ad esempio: come si fa a non ricordarla nell’ interpretazione televisiva del Quartetto? Non so quanti lo sappiano, ma la versione originale dovrebbe essere americana. L’ha cantata anche Frank Sinatra, nel 1960 (è però da dire che i quattro la cantavano già nel 1949):

E’ per questo che oggi, apprendendo la notizia della morte di Lucia Mannucci, l’ultima rimasta del quartetto, la memoria è andata indietro nel tempo e mi sono venute in mente altre canzoni, altri motivetti che spesso sentivo cantare in casa. Due, in particolare, alle quali era affezionata mia mamma: Vecchia America e In un palco della Scala:

Per quanto mi riguarda, a metà anni ’60 del secolo scorso, quando la televisione in biancoenero trasmetteva il ‘teatrino del Quartetto Cetra’, (un bell’esempio di musica-spettacolo) apprezzavo una canzone, peraltro forse non molto conosciuta, per il suo humor garbato ma sostanzialmente lugubre:

E che dire, poi, di quell’altra canzone dedicata agli assi del calcio brasiliano?

Ricordo anche una Ballata del soldato del 1966 che ho scoperto essere stata anche cantata (non so se ‘prima’ o ‘dopo’ la versione del quartetto nostrano: è comunque una cover visto che parole e musica sono di due ‘berretti verdi‘ americani), anche da uno dei miei cantautori preferiti, Johnny Cash:

Sicuramente ce ne saranno tante altre nella memoria dei miei coetanei. Queste, però, sono quelle che ora, in ricordo di Lucia Mannucci mi sento di dedicare a chi leggerà queste poche righe.

Lascia un commento

Tributo a Lucio Dalla

La notizia è apparsa improvvisamente nelle edizioni online di Repubblica e del Corriere: Lucio Dalla è morto per infarto a Montreux, durante un tour in Svizzera.

Lungi dal voler scrivere uno dei molti ‘coccodrilli’ che da oggi in poi occuperanno giornali e televisioni, voglio qui ricordarlo solo con due video. Il primo è del 1966, lo avevo visto alla TV:  volevo farmi comprare il disco, ma mia mamma nicchiò. Il secondo vede Lucio in compagnia di Francesco Guccini  e Roberto Vecchioni nella mitica trattoria bolognese ‘da Vito’. In entrambi i casi, un Dalla ironico e anticonformista.

Chapeau, Lucio.

2 commenti

Pietro del Morrone, aka Celestino V

“Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”

Ho sempre pensato a cosa potrebbe aver provato il povero Pietro, mentre correva su un letto di vermi emofagi dietro uno straccio di bandiera, nudo, mangiato da vespe e mosconi, sentendo sopra di sé le parole di Virgilio: scegliere di non scegliere, o meglio, scegliere di non sentirsi all’altezza -lui povero fraticello ignorante che non sapeva nulla di latino- di un compito troppo grande per lui, questo il suo peccato. Gravissimo? Così è: per Dante agli ignavi non è concessa neanche la possibilità di dire le proprie ragioni: non valgono nulla, né come uomini, né come personaggi. Condannati al silenzio, ma comunque cittadini del mondo.

(L’immagine viene da qui)

1 commento

Benno von Eppan – 9

In una delle sue notti agitate da sogni inquieti, Benno von Eppan guardò se stesso come un osservatore esterno e si vide fissare sul muro il pannello tagliacorrente con gli interruttori in posizione OFF. Possibile? Eppure c’era luce, si distinguevano chiaramente colori e forme degli oggetti intorno: la porta, lo specchio nell’atrio, i quadri… La mano si avvicinò lentamente all’interruttore e lo scatto lasciò intendere che la corrente fosse ripristinata. Benno si accorse che la luce aveva raddoppiato la sua intensità ma fu solo un attimo: un altro scatto e tutto tornò come prima. Riprovò varie volte, inutilmente. Gli venne in mente una citazione, letta chissà dove e chissà quando, ma non era sicuro di ricordarla bene: la vita come lungo processo di perdita, questo era il senso. La corrente come metafora della vita, un susseguirsi continuo di OFF/ON fino al grande mutamento.
I dettagli di ciò che lo circondava gli sembravano alterati: che fosse arrivato ora il momento del passaggio al mondo parallelo cui spesso pensava? Il sogno lo stava portando più lontano della realtà che conosceva, come un qualcosa che contemporaneamente era dentro e fuori da se stesso…

Il piacevole rumore del cucchiaino che mescolava lo zucchero nel caffé riportò Benno alla realtà: la flebile luce sul comodino non feriva di certo i suoi occhi ancora semichiusi. Si sollevò per prendere la tazzina, e cercando di raccontare a Burgunde il sogno, “Che strano” -pensò- “non sento più alcun rumore e nemmeno la sento seduta qui vicino a me”. Aprì completamente gli occhi: “Eppure non ho sognato, il rumore l’ho sentito e anche il profumo del caffè!” La sponda del letto dove Burgunde di solito si sedeva era vuota, e vuota era la parte di letto alla sua destra: “ma questo non è il mio letto” si disse Benno “che ci faccio io qui? E dov’è Burgunde?”
Si alzò, in preda all’agitazione. Burgunde, in quel preciso momento, si affacciò alla porta e silenziosamente gli prese la mano, riaccompagnandolo nella camera da letto. “Domani devo chiarire molte cose” si ripromise riaddormentandosi.

2 commenti

Sanremo: quello del 1967

Conclusa la sceneggiata di carnevale, la memoria va al Festival del 1967, quello funestato dalla tragica fine di Luigi Tenco. Una breve scorsa alla classifica, e via a canticchiare i motivetti e a cercare video dell’epoca. Simpatico il Quando dico che ti amo dei Les Surf in piscina. Purtroppo un po’ rovinato quello dei Giganti con la loro Proposta. E’ stato il festival che ha fatto conoscere Antoine con Pietre, ma anche quello di alcuni evergreen in salsa mediterranea come L’immensità (Johnny Dorelli-Don Backy e Cuore matto (Little Tony-Mario Zelinotti). Guardando invece l’elenco delle canzoni escluse, qualche sorpresa la troviamo: una bella C’è chi spera cantata da Marianne Faithfull:


Oppure i fotografatissimi Sonny and Cher con Il cammino di ogni speranza:

E c’era anche un certo Graham Nash (sì, proprio quello di Crosby, Stills, Nash & Young) con i suoi Hollies che canta Non prego per me:

E c’e ovviamente Luigi tenco con la sua Ciao amore ciao. Ma vorrei qui ricordare un’altra canzone, che uno sconosciutissimo gruppo romano, Le pecore nere, cantò al Cantagiro dello stesso anno; forse qualcuno se la ricorda ancora, nonostante il fruscio del vinile:

Lascia un commento

Onda su onda (dei ricordi)

(L’immagine viene da qui)

Il crepuscolo oggi porta con sé il profumo dei ricordi: cinquantun anni fa, 15 febbraio 1961, seconda elementare, Lido di Venezia. Mattinata di cielo limpido, sereno, freddo invernale. Muniti di un pezzo di vetro annerito con il fumo di una candela, un’intera scuola fu portata in spiaggia per vedere l’eclissi totale di sole. Saranno state le 8: curiosi ed eccitati ci avviammo in fila per due con il maestro verso la riva del mare e lì aspettammo un tempo che mi sembrò lunghissimo. Improvvisamente accadde qualcosa: un oggetto tondo e nero cominciò a coprire il sole, la luce calò sempre di più e una strana sensazione di un freddo diverso ci avvolse. Non so quanto durò, immagino due-tre minuti e anche se qualche informazione dovrebbero avercela data preventivamente, mi rivedo ancora, lì, piccolo bambino di sette anni e mezzo, con un cappellino in testa e uno sguardo fra l’incredulo e lo spaventato.

(L’immagine viene da qui)

1961:è stato anche l’anno in cui ho visto per la prima volta la neve. Mio padre dall’inizio dell’anno era stato trasferito per lavoro in un’altra città: mia mamma e io andammo a trovarlo verso la fine di gennaio, prima di traslocare anche noi definitivamente un paio di mesi dopo. La littorina di color marrone – quante volte l’avrei presa negli anni a venire! La ricordo ancora con il suo odore un po’nauseante e i sedili duri duri. E che nostalgia vederla parecchi anni dopo dismessa e abbandonata nel binario morto di una stazioncina di paese!- la littorina, dicevo, partì dalla stazione di Venezia in un sabato mattina freddo e nebbioso e ci portò attraverso la Valsugana (credo di aver dormito per gran parte del viaggio, probabilmente alle prime curve dopo Bassano del Grappa ho anche avuto un po’ di voltastomaco) fino all’arrivo: all’uscita delle gallerie poco prima di Trento, dal finestrino del treno non si vedeva altro che un mare abbacinante di bianco. La giornata era diventata serena e il sole faceva brillare i cristalli ghiacciati che scorrevano velocemente al di là del finestrino. Facevo fatica a guardare fuori, ma la novità era tale che non volevo distogliere lo sguardo. E ancora oggi quell’immagine me la porto nel cuore.

(L’immagine viene da qui)

1961: ancora un momento scolastico, sull’onda dei ricordi. Ero arrivato nella nuova classe da poco più di un mese e non conoscevo ancora nessuno. A metà aprile, più o meno, l’evento: cosa poteva scrivere un bambino di seconda elementare a proposito di Jurij Gagarin, il primo uomo nello spazio? Andavano di moda i ‘pensierini’, e probabilmente avrò anche scritto qualcosa, certo è che quella prova mi ha segnato, se la ricordo ancora con una certa angoscia (precoce panico da foglio bianco, come avrei sperimentato anni dopo).
Nuova classe, dunque: Marino, Giuliano, Daniele, Paolo, Cosimo, Stefano, Lorenzo, Bruno…dai nomi si arguisce che era una classe di soli maschi. Provenivo da una classe mista ma non feci certo fatica ad ambientarmi, visto che divenni ben presto la disperazione della maestra: mi faceva uscire per ultimo per poter parlare con mia mamma. Ricordo ancora la scena: lei, la maestra burbera e severa, con cipiglio da colonnello fa uscire tutti dall’aula tranne me, poi mi prende per mano lungo tutto il corridoio, apre il portone su un piazzale vuoto: una sola persona, lì, ad ascoltare le lamentele dell’arpia. E poi i castighi, a casa e io che promettevo di fare il bravo, le sgridate di mio papà…
Classe di soli maschi, dicevo: se in un primo momento mi sembrò strano, altrettanto interessante fu il non trovare qui l’usanza, alla messa domenicale, di tenere separati i maschi, nei banchi a sinistra, dalle femmine, a destra : cosa che dove abitavo prima  mi dava un po’ di fastidio, visto che avevo due compagne di classe con le quali c’era una certa simpatia…Ma del resto, qui non conoscevo nessuna bambina della mia età, che problemi dovevo farmi?

4 commenti

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.